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FELICE L`ULTIMO TOUR

FELICE L`ULTIMO TOUR

RUGGERI MAURIZIO

127

14 x 23

Libri

2006

Disponibilità: Il prodotto è Esaurito, ti consigliamo di controllare saltuariamente il sito per verificare l’uscita di una eventuale nuova edizione

€13,50

Esaurito/Non in commercio

Trionfo, lacrime e classifiche al Tuor de France.

Quanti Tour de France sono passati da quella fantastica galoppata di Felice Gimondi nel 1965! Eppure solo un piccolo grande uomo, uno che come Fausto Coppi aveva i suoi acuti e le sue giornate nere, ebbene solo un italiano, in quarant'anni e più, è riuscito a salire di nuovo sul gradino più alto della Francia con la maglia gialla. Da Gimondi a Pantani, attraverso le cinque vittorie di Merckx, Hinault e Indurain e le sette di Armstrong, il Tour de France è rimasta la corsa più ricca e più bella del mondo, da quando, nel 1903, Maurice Garin, lo spazzacamino della Val d'Aosta, lo vinse con tre ore di distacco, fino alle fredde strategie di un texano prestato alla bici. E poi la fine del regno di Miguel Indurain, che in cinque stagioni di dominio assoluto segnò la fine delle imprese in salita, dandole prima a Bugno poi a Chiappucci, fino a quando non comparve quel Ray Charles della bicicletta, genio e sregolatezza nello sport e nella vita, capace di arrampicarsi sulle cime del Giro e del Tour come i più grandi grimpeur del passato, da Gaul a Bahamontes, da Bartali a Fuente..., tutti rigorosamente messi in fila, in ordine di importanza e di indimenticate imprese, dal decano dei giornalisti che ha dato tutta la sua vita al ciclismo: Rino Negri. Il Tour de France come epopea, scriveva Roland Barthes nei suoi Miti d'oggi, dedicando uno spazio a Coppi nel suo lessico dei corridori: «Eroe perfetto. Sulla bicicletta ha tutte le virtù. Fantasma temibile». Da Gimondi, Adorni e Motta, gli eroi di quel Giro di Francia che li oppose alla commovente resistenza di Raymond Poulidor, l'idolo di casa, Felice l'ultimo Tour rivisita le imprese e i colpi di mano lungo le strade del Tour, che pure un giorno l'Autore andò a trovare, appena in tempo per vedere una maglia gialla scattare da sola in salita fregandosene del primato da difendere. Una maglia gialla indosso a un omino lì per caso, proprio come lo era Jean Robic tanti anni prima: con lo stesso coraggio e la stessa voglia di riscattarsi. Una maglia gialla che, come «testa di vetro», non sfidò i suoi avversari, ma le montagne dei Pirenei urlando alle vette che Claudio Chiappucci non aveva paura proprio di nessuno.