BILIARDO DA MANUALE-PRINCIPIANTE E PROFESSION
SANSOSTI GIROLAMO
GROSSI PIETRO

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Acchito: nel gioco del biliardo, la posizione d’inizio della palla, dal latino quietus, dal francese quitte, «quieto, libero». Dino ama due cose della sua vita: il biliardo e il suo lavoro. Le eterne geometrie, tracciate dal colpo della palla sul panno verde e dai ciottoli con cui ogni giorno pavimenta la città, hanno per lui il conforto della cartesiana prevedibilità, della chiara razionalità. Fredde e senza fuochi di passione in se stesse – forse quel che lui spera di essere –, ma che si ergono al pari di una barriera formidabile intorno alla sua semplice esistenza: perché il caos non inghiotta, la disarmonia non rapisca le partite serali con l’amico-maestro Cirillo, che sono immersioni in una vera e propria filosofia di vita; il lavoro silenzioso con la sua squadretta – il Biondo, Duilio, Said, con cui attraverso l’abilità della pietra ci si intende sul senso di essere uomini –; le serate con la moglie Sofia, a scambiarsi meticolosamente sogni di viaggio, che poi Sofia, in un suo segreto quaderno, registra come tante vite parallele. Poi, un giorno, il caso capriccioso si presenta a scompigliare tutto. Sofia, dopo anni di sterilità data per certa, aspetta un figlio. Giani, il funzionario del comune, gli annunzia che «arriva l’asfalto»: Dino e la sua squadra, se ci stanno, dovranno dimenticare il mosaico dei ciottoli. E accadono cose gravi, intorno alla partita del potere e della ribellione, che avvisano Dino che il suo idillio di vita era cosa troppo fragile. Il dolore entra nella casa. Così è chiamato alla prova, che simbolicamente si specchia in un torneo di biliardo, il primo, per lui, educato da Cirillo a rifiutare, per una specie di aristocrazia plebea, tutti i riti e gli ornamenti leviganti la scabra autosufficienza del gioco. E deve fronteggiare le sorde tragedie dell’esistenza: che non sono come le linee del biliardo, ma come i sentieri sperduti del principio di indeterminazione. Per diventare ciò che è veramente. Dopo i primi racconti di Pugni, accolti con calore quale netta e importante novità, Pietro Grossi, non ancora trentenne, con questo romanzo entra nel profondo del suo mondo poetico. Uomini sorpresi in una specie di torpore dell’esistenza che solo nello scontro ritrovano energia di vita: la cronaca della loro giornata accelera, nella scrittura, a poco a poco, e diventa racconto eroico, sunto tragico di esistenze proiettate, per un momento, in un altrove simbolico. Qui la mitologia del loro quotidiano li illude, per poco, di aver fermato il nulla che incalza.
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