FUORI GIOCO-CALCIO E POTERE STORIA PRESIDENTI SERIE A
TURANO GIANFRANCO
MOROZZI GIANLUCA

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«Un giorno di inizio scuola avevo sbirciato un titolone trionfale dello Stadio: riguardava il Bologna, che evidentemente non era stato cancellato come auspicava il Nonno. L’avevo sbirciato, attirato da un nome curioso e bizzarro come Fanfulla. Questo Fanfulla era una squadra di calcio, avevo scoperto nella lettura. Il Bologna aveva giocato nello stadio di questo Fanfulla, e aveva vinto tre a due. Seguivano le foto dei gol di...
«Un giorno di inizio scuola avevo sbirciato un titolone trionfale dello Stadio: riguardava il Bologna, che evidentemente non era stato cancellato come auspicava il Nonno. L’avevo sbirciato, attirato da un nome curioso e bizzarro come Fanfulla. Questo Fanfulla era una squadra di calcio, avevo scoperto nella lettura. Il Bologna aveva giocato nello stadio di questo Fanfulla, e aveva vinto tre a due. Seguivano le foto dei gol di certi Frutti, Fabbri e del baffuto Facchini. In quel momento, seduto nella macchina del Nonno ad aspettare la campanella, con quel giornale sportivo aperto, ancora ragazzino snob e secchione, avevo sentito un pensiero lontanissimo sgorgare da qualche anfratto nascente della mia testa. Un pensiero quasi inascoltato. Ed era: “Beh, il Bologna ha vinto tre a due, come l’Italia col Brasile, allora il Bologna è forte”. Ecco. Questo pensiero flebile, impercettibile, sconnesso, aveva segnato l’inizio della fine»
Forse comincia così per tutti. Il nonno o il papà cominciano a indottrinarti, a spiegarti da che parte stare, a convincerti che c'è una sola squadra di calcio al mondo da sostenere e tifare fino alla morte, da amare più di una donna, da preferire a qualsiasi altra cosa al mondo, da accompagnare nella buona e nella cattiva sorte. Ma non finisce così per tutti: c'è chi riesce a diventare adulto evitando il morbo del tifo, la peste della depressione aperiodica post-sconfitta, l'ulcera della contestazione della mezzasega di turno, l'angoscia del palo su calcio di rigore. C'è chi riesce a diventare un simpatizzante, uno di quei buontemponi che sbircia la pagina sportiva ogni tanto per vedere a che punto è la sua vecchia squadra in classifica. Morozzi non è uno di quei fortunati. Morozzi è uno di quelli che ha creduto al nonno alla lettera. E i risultati sono questi qui: non manca una trasferta, pianifica e calendarizza le sue presentazioni e i suoi appuntamenti in base alle partite di campionato del Bologna, associa ogni evento della sua vita alle sorti della sua squadra, ricorda perfettamente giocatori dimenticati anche dalle loro madri e sa addirittura che fine hanno fatto a fine carriera, e a fine libro si mette là a raccontarti dove e come campano. Ma quanto lo capisco, il Morozzi. Quanto.
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