FRANZELLI MARCO
CERTOMA` GIOVANNI

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Raccolta di articoli e foto
“Accanto alla passione per la cultura”, dichiara in uno dei pezzi qui raccolti Giovanni Certomà, se ne agita in lui “un’altra – forse più intensa - che è quella per la corsa. La corsa è libertà, rilassamento mentale e soprattutto un modo per conoscersi nel profondo”. Laureato in pedagogia, estimatore del filosofo Erminio Juvalta al punto di scegliere il cognome di lui come nickname della sua posta elettronica, autore di poesie e soprattutto professore di lettere adorato dai suoi studenti milanesi, Certomà corre da non molti anni, e pone come sua massima gioia il farlo nella nebbia di Milano, soprattutto di sera, al mercoledì e venerdì non appena la scuola lo lascia libero. Ogni domenica mattina viene poi la gara ufficiale, cui Certomà si accosta (dopo la messa prefestiva cui non manca mai), col fervore del neofita che va alla scoperta di strade nuove e di città d’arte prima sconosciute, sempre più lontano da casa: Bergamo, Brescia (“una Brescia umida e con un sole avvolto da una sorta di velo di Maya”), Cremona, Piacenza (dove la vista della neve che cade dà, a lui ragazzo del Sud, “enorme gioia e carica”), Ferrara, Roma, e via via fino a Berlino (dove ha la ventura di assistere all’abbattimento di un altro muro, questa volta sportivo: un nuovo record mondiale) e ad Atene, pochi mesi dopo Baldini, per poter dire anche lui di aver corso “la vera Maratona”, quella di Filiippide o quanto meno quella delle prime Olimpiadi moderne.
Disputare una maratona (o una maratonina, come sono la maggior parte delle gare qui raccontate) consente allo sportivo il contatto fisico coi grandi campioni, che negli altri sport è negato; Certomà parla dell’“emozione provata quando i top runner mi sono passati a fianco”, in una delle prime gare importanti cui prese parte, a Bergamo. E, quando i campioni sono ormai lontani, il corridore ‘normale’ scopre il piacere di “abbandonare la dimensione solitaria” e “fondersi con le dimensioni altrui”, correndo in piccoli gruppi o anche, nelle maratone di massa come Roma, trovandosi parte di “un autentico e pulsante flusso sanguigno”, scambiando chiacchiere e incitamenti così da vincere la fatica o, talora, “l’inferno climatico” e lo stress da traffico mal governato cui sono sottoposti gli atleti su strada. Il tutto nella massima allegria, tranne quando prevale un sentimento più profondo, e allora al via dei Fori Imperiali “l’emozione era talmente forte che ho creduto di piangere”, e all’arrivo nello stadio Panathinaiko “un brivido mi sovrasta e le lacrime quasi scendono”.
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